Riyadh, Ankara e Doha contro Damasco

I vertici dell’esercito Saudita sono pronti a pagare, con dollari e euro (a seguito della grande svalutazione a cui è andata incontro la lira siriana), i militanti siriani del Free Syrian Army in modo tale da incoraggiare le diserzioni dall’esercito di Assad. Allo stesso tempo si stanno occupando, in collaborazione con il Qatar, dell’invio di rifornimenti di armi, munizioni e medicinali alle forze ribelli tramite il confine turco-siriano, nei pressi del quale stanno anche operando agenti della CIA. A metà maggio 2012 sono stati inviati all’FSA fucili d’assalto Kalashnikov e armi anticarro di produzione russa mentre la Turchia assicura ai ribelli il supporto tecnico necessario. Sempre la Turchia ha concesso l’insediamento del centro di comando dell’opposizione siriana nel centro di Istanbul, in maniera tale da coordinare il rifornimento di armi e mantenere il contatto fra i vari gruppi di ribelli divisi nelle varie regioni siriane.

Le tre nazioni arabe maggiormente coinvolte nella lotta al regine di Assad, ovvero Turchia, Arabia Saudita e Qatar, erano un tempo alleate di Damasco, ma il degenerare della situazione interna ha fatto si che le relazioni fra i suddetti paesi siano mutate nell’arco degli ultimi anni. Prima di acquisire un ruolo realmente attivo, tutte e tre le nazioni orientali hanno atteso che fossero gli Stati Uniti a fare la prima mossa.

Nel febbraio di quest’anno Riyadh ha definito come “eccellente” la proposta di armare i ribelli, mentre il Qatar offriva la possibilità di esilio per Assad e la sua famiglia. Inizialmente Riyadh a richiesto alla Giordania l’apertura dei confini con la Siria per favorire il flusso di rifornimenti per i ribelli in cambio di assistenza economica, nonostante questo la Giordania non ha accettato la proposta.

In principio anche gli americani si opposero alla fornitura di armi ai ribelli temendo che queste potessero finire in mano ad al Qaeda.  Successivamente sono tornati sui loro passi dando il via libera all’operazione di supporto.

Alcune fonti danno per cruciali i prossimi sei mesi di lotta contro il regime e sostengono che una possibile sconfitta di Assad possa creare un vuoto di potere in Siria, reso maggiormente pericoloso dalla sempre maggiore attività terroristica all’interno del paese.

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